Le Fondazioni : storia e prospettive di una scommessa

(Prof. Marco Cammelli)

 

 

Prof. Marco Cammelli e Dott. Rolando Paladini (Pres. RC Mantova)

 

Il Prof. Marco Cammelli, già ordinario di Diritto amministrativo e Preside all'Università di Bologna, dal 2005 Presidente della Fondazione Monte di Bologna e Ravenna, ha relazionato su "Le Fondazioni : storia e prospettive di una scommessa".

Il relatore ha innanzitutto circoscritto l’ambito del suo intervento alle Fondazioni bancarie, un dato italiano uscito dalla legge del ’92 del governo Amato in un contesto di interventi di urgenza relativi alle banche italiane che bisognava armonizzare col sistema europeo. Fino ad allora le banche italiane si distinguevano in grandi banche e Casse di Risparmio. Con quegli interventi legislativi si volle distinguere tra la banca come impresa e banca con una funzione sociale nel territorio. Quindi le Fondazioni sono nate per caso, nel cono d’ombra della riorganizzazione delle banche, mentre dall’altra parte la riforma ha portato alla concentrazione delle banche in grandi gruppi di portata europea. Contemporaneamente, e fino al 2007-08, si sviluppa la finanza.

In Italia le fondazioni sono 88, di diversa grandezza, 10 grandi, 15 medie, il resto piccole o piccolissime. Nel 2010 le erogazioni complessive sono state di 1 mld. E 300 mln., soprattutto nell’ambito dei beni culturali, della ricerca, dei bisogni sociali.

A fronte di questi dati emergono anche le contraddizioni, tra cui un eccesso di aspettative, la disparità fra Nord e Sud , contraddizioni che finiscono per essere moltiplicatori di diversità.

Le erogazioni avvengono sulla base di domande che rispondono a bandi che indicano gli ambiti. In questo modo il ruolo delle Fondazioni può passare da semplice recezione a stimolo poiché è la Fondazione che dà il tema, legge le esigenze del territorio e immagina le iniziative, cosa che può entrare in contrasto con figure istituzionali, quali sindaci e assessori, e aumentare l’area delle possibili frizioni. E’ il caso della CARIPLO che ha immaginato in Lombardia dei distretti culturali. Si tratta in buona sostanza di una presenza nuova sul territorio.

Tra Banche e Fondazioni in ogni caso la separazione non è netta e la Banca d’Italia chiede alle Fondazioni di sostenere i gruppi bancari italiani che sono in una fase delicata, ma la distanza sarebbe necessaria.

Alla relazione seguono numerose domande: Paladini che pone il rapporto con il Sud da cui la risposta del relatore evidenzia la necessità di imparare a fare i progetti con idee chiare che individuino il problema e mostrino i risultati auspicati. Si collega Muriana il quale si augura una formazione a fare progetti e Paladini ribadisce che anche il Rotary deve imparare a fare progetti. Il relatore completa sostenendo che, soprattutto nell’impresa culturale giovanile, è necessario finanziare il processo, non il prodotto. Infatti sono molte le debolezze nell’organizzazione e la scuola dovrebbe insegnare questi aspetti. Tarchini chiede un parere sul co-finanziamento al 50% e il 5/1000 anche alle Fondazioni bancarie, non solo alle onlus. Il primo, secondo il relatore, è utile perchè responsabilizza, sempre se ci sono i necessari controlli, il secondo invece è da scoraggiare, anche se corretto sul piano formale. Secondo Bonfatti Paini alle 88 Fondazioni manca una politica comune, le erogazioni sono prevalentemente a pioggia. Invece bisogna privilegiare un atteggiamento di stimolo, anche se ciò puo’ entrare in conflitto con gli enti pubblici, che devono migliorare. Il relatore risponde che l’operatività delle Fondazioni è molto diversa , si paga cash. Bisogna pensare in termini di poliennalità e mappatura territoriale, non a pioggia, anche se pure questa ultima modalità in certi casi può essere utile. Angeli chiede delle possibili sinergie fra Rotary e Fondazioni a livello di distretto. Per Cammelli basta guardare il programma previsionale che indica settori e criteri e il bilancio consuntivo. Il criterio fondamentale rimane in ogni caso la capacità di innovare. Le Fondazioni si propongono di sostenere l’innovazione, non l’ordinaria amministrazione e ciò a livello sociale, culturale e pubblico. Giuseppe Molinaro, uno degli ospiti della serata, chiede perché è fallita la privatizzazione: viene risposto che ciò dipende ed è dipeso dalle lacune della imprenditoria italiana.