mantova: dal nostro corrispondente

(Franco Amadei, 24 settembre 2007)

ovvero

Considerazioni sulla situazione della Città di Mantova, esposte da Franco Amadei ai partecipanti alla conviviale del 24 Settembre 2007.

 

 

 

La mia città è strana, ma è la mia città ed io – è banale dirlo – la amo, come si amano taluni ricordi o gli angoli di alcune strade o il primo giro in bicicletta col padre o le carezze della madre. La amo pur essendo paese chiuso, in difesa di una nobiltà che non le appartiene più, ed immobile, di fronte alla nobiltà che le scorre tra le dita e che ancora potrebbe avere. Forse per questa stranezza alcuni comportamenti si rivelano fuori dalle regole.

E’, probabilmente, infatti, tra le pochissime città che si convoca per applaudire scaduti onorevoli presidenti, bravi nell’infantile capacità di “saltare i fossi”: i bambini lo fanno abitualmente e non ottengono né onori né applausi.

E’, certamente, tra le poche città che ricerca e paga colonizzatori culturali: una volta i Signori chiamavano i mercenari d’arme, ora gli amministratori sponsorizzano campioni, non gratuiti, di surrogata cultura.

E’, tristemente, tra le molte città che vanta un quotidiano suddito indifferentemente di ideologie populiste e di borghese, incondizionato profitto (basti pensare al costo dei necrologi): dall’indipendenza alla servitù, senza batter ciglio.

E’ città che snobba monumenti (come quello di Virgilio) ma si nutre sregolatamente di problematico turbogas; è infine la città che vede depredata la preziosa biblioteca Teresiana di centinaia di antichi volumi da una mano lesta, senza rincorrere, con colpevole distacco, né cause né responsabilità.

Ma al di là di tutto, essa è unica nella bellezza, è rara nella dignità ed è melanconica nella capacità di attendere un’onda lenta che si vede arrivare da lontano e che quando è vicina già non si riconosce tra l’immobile piatto del lago. Della gente d’acqua ha la paziente fatalità, che la porta, ad esempio, ad attendere estenuanti infrastrutture che non arrivano mai; della gente di terra, ha la vocazione al sacrificio e al risparmio nel dare, anche confidenze.

In tutto questo, dimostra invidiabile capacità di ascolto, riuscendo talvolta a trasformare gli irritanti ritardi decisionali in lungimiranti conservazioni del bello e del vivere familiare, come sotto trasparenti teche di vetro.

E’ questo, d’altro canto, un antico retaggio legato, si direbbe, alla conformazione della città stessa. Basti pensare a quanto scriveva Ludovico Ariosto nell’Orlando Furioso (canto 37°) per descrivere il nostro territorio che, diceva, “il Menzo fende e d’alti stagni serra”. In questa descrizione, apparentemente solo topografica, con la visione della stagnante pianura solcata dal Mincio, in realtà già si intravedono le caratteristiche e i tratti di una gente abituata da un lato a dividersi e a ricercare diversità più che unioni e dall’altro a trovare propria soddisfazione nello star ferma, pur disquisendo del movimento, come fa lo stagno rispetto al vicino scorrere del fiume.

Si capisce, allora, che la città significa non solo paesaggio naturale e costruzioni: sono le persone che ne incidono le forme e ne disegnano, in parte, i destini; è la gente che ne respira i benefici o ne fatica i sudori.

Un tempo tutto si raggruppava in poche mani e le fortune sembravano unicamente individuarsi nel “pregio della borsa e della spada” (direbbe Dante); ma, del valore in battaglia di alcuni nobili rampolli, rimangono memorie solo agli addetti ai lavori; mentre colpisce tutti, ancor oggi, l’uso che i reggenti seppero fare delle ricchezze per accrescere il proprio prestigio, stupiscono le magnifiche testimonianze, che attraggono studiosi e visitatori e li conducono entro le sonnolenti mura d’acqua della città per regalare munifiche suggestioni e sensazioni: in una parola, per donare emozioni. Tutto ciò lo si vede e lo si respira ancor oggi, quasi per incanto, durante il festival della letteratura, prodigo di curiosità culturali e capace di donare alla città immagini di giovani che girano la sera mano nella mano, quasi immersi in apnea in una atmosfera senza tempo, in un luogo definito solo dalla serenità degli affetti. Ecco, dunque, uno dei moderni miracoli di Mantova, all’apparenza incapace di emozionarsi ma poi generosa nel suscitare queste emozioni in altri, incurante del male che le genti, attraverso molti lustri, hanno saputo arrecarle (sui danni inflitti alle nostre città, scriveva Guido Piovene nel 1956:”L’Italia è sempre un paese confuso in cui quasi nulla appare con la sua vera faccia. Ma un viaggio per l’Italia ci porta davanti alla società più mobile, più fluida e più distruttrice d’Europa…in nessun altro paese sarebbe permesso assalire, come da noi, deturpare città e campagne secondo gli interessi e i capricci del giorno). Ma città –dicevo-pronta a trovare al proprio interno, quando meno te lo aspetti, quando tutto lascerebbe pensare all’agonia, una sorta di rigenerante anticorpo (come il festival della letteratura, appunto, o le prestigiosissime mostre ospitate nei palazzi ducale e del Te, o ancora, perché no, la ritrovata passione calcistica).

Forse per questa sottaciuta ma scontata capacità di attesa, le polemiche, anche politiche, si smorzano o, solo, si dimenticano, perché si sente che esse di questa città non fanno né faranno mai la storia; così si va avanti, in attesa della prossima invenzione che riporterà le piazze cittadine a riempirsi di gente, sotto i riflettori. Quella continuità che i contadini mettono nel coltivare la terra, non la si vuole mutuare per altre attività cittadine (o non si riesce), quasi si fosse alla perenne ricerca del solo vertice: come facevano i Gonzaga, affannati nella raccolta del meglio da inserire entro le mura dei loro castelli.

Deprime la sterile incapacità di costruire e di realizzare un progetto di medio raggio, mentre fa esaltare la improvvisa genialità, che sorge spontaneamente su un terreno evidentemente fertile. Inutile forse stare ad immaginare cosa accadrebbe se le due azioni (progettualità e fantasia) andassero di pari passo e quali mirabolanti traguardi si potrebbe configurare di raggiungere; per ora sappiamo che ciò non avviene e non vi è controprova che possa veramente accadere (se non ricorrendo ancora all’esempio dei nostri illustri antenati).

Non è produttivo accontentarsi, ma per lo meno è utile sapere quello che stiamo facendo e, soprattutto, ciò che non stiamo facendo. Non si sa se siamo di fronte a un campione che usa il minimo sforzo per arrivare primo o, più tristemente, davanti ad un indolente scansafatiche, insensibile perfino al migrare in altre città dei propri figli.

Rimane, comunque, un margine di miglioramento del nostro “pregio” e speriamo possa almeno essere di diffuso ed oculato benessere; ma per questo dobbiamo attendere il personale, convinto e disinteressato impegno di tutti.

E’ strana, dicevo in apertura, questa città, ma lo è anche in ragione del fatto che da troppo tempo non trova una guida, una classe dirigente con chiare idee e capace di suscitare entusiasmo attorno ad esse. Potrà sembrare ripetitivo, ma i Gonzaga di questo si erano già preoccupati per tempo, dando vita ad una “Ca’ giocosa” che altro non era se non una innovativa e rigida scuola di formazione per i loro rampolli (e non solo). Gianfrancesco per primo, nella prima metà del quattrocento, aveva intuito che per garantire regno e successo ai suoi eredi, doveva corredarli di sani principi e di sufficiente cultura, e non solo di buon nome e di buona muscolatura: per questo chiamò Vittorino da Feltre. Per quei tempi il problema si poneva unicamente in termini di guida delle genti; oggi serve dapprima saperle ascoltare ed interpretarne desideri, per arrivare ad un condiviso progetto.

Quando attraversi i vicoli della città e ti imbatti in pregiate antiche colonne di marmo, utilizzate per sorreggere gli angoli di importanti palazzi, o rivedi l’insegna della locanda nella quale soggiornò Goldoni, o leggi più recenti lapidi messe a memoria delle dimore e della vita dei patrioti risorgimentali, sembrerebbe impossibile che lo scrigno, un tempo pieno e prodigo di eccelsi doni, sia diventato vuoto e sterile. In realtà, il vuoto e il pieno di questa terra non dipendono da ciò che in essa vogliamo vedere ma da ciò che in essa abbiamo la capacità di mettere con virtuoso giudizio. Le nostre “radici del futuro” (direbbe il francese Ughes de Varine) possono stare ancora una volta nel patrimonio storico-culturale e nella bellezza, come fattore di sviluppo; ma servono scelte.

Io amo la mia città ma vorrei che fosse capace di sostituire una cosa che muore con un’altra che nasce e non solo di rassegnarsi alle celebrazioni dei de profundis: se, per iperbole, non dovesse aver più necessità di teatro, di stazione ferroviaria o di tangenziale, bene, mi piacerebbe che contemporaneamente avanzasse il progetto di un nuovo e moderno centro di studi gonzagheschi, di un avveniristico albergo altissimo con vista laghi, di una città ecologica con impianti di depurazione e tapis roulants al posto delle auto. “Ho fatto un sogno”, incitava Martin Luther King, nel mio sognare c’è una città “guidata” e unita nel desiderio unanime dei suoi attivi abitanti

Qui, invece, da troppo tempo non si stipulano più rogiti né si scrivono poesie; mancano le epiche intraprese umane, ma pochi ne sentono la mancanza.

Il professor Marco Vitale, in un articolo sulle “città ripensate” ricordava l’incontro con il sindaco di una piccola cittadina americana, rifiorita dopo decenni di crisi economica e sociale, il quale rispondeva ai suoi strabiliati intervistatori, con disarmante semplicità, di non aver fatto nulla di speciale se non di “aver fatto leva sulla città”. “E’ nella città –sottolinea Vitale- che ci sono le risorse intellettuali, professionali, imprenditoriali, finanziarie, necessarie per lo sviluppo, per affrontare i cambiamenti, per disegnare il volto nuovo della città…non si crea sviluppo economico senza gli imprenditori, non si edifica senza i costruttori, non si migliora la vita civile senza coinvolgere le persone di cultura, non si abbellisce il panorama urbano senza la partecipazione dei cittadini; non si ripensa la città senza pensiero”.

Magari avessimo le stesse convinzioni, invece, al termine di questo scorrere di idee, le certezze sfumano, anzicchè definirsi, e si fa nebuloso il confine tra sogno e realtà al punto di non sapere neppure io se è vero amore ciò che mi lega alle sembianze della mia città e al suo sentire o solo rimpianto.

 

                                                                                              Franco Amadei