ACHILLE MARZIO ROMANI

 

Professore di Storia Economica presso l’Università Bocconi di Milano,

curatore della “ Storia di Mantova “ promossa dalla Fondazione Banca Agricola Mantovana

 

LUNEDI’  8 MAGGIO 2006,  relazione dal titolo:

Splendori, tirannie ed intrighi nella vita

di Mantova sotto Guglielmo Gonzaga”.

 

“Il passato spiega il presente....il presente spiega il passato”. L’apparente paradosso, ben noto agli storici, sottolinea il fatto che gli uomini di oggi sono un prodotto di storie passate e nel contempo che ogni generazione fa la sua storia sotto l’urgenza di problemi che il presente riverbera sul passato.

Nel caso di Mantova, questa nuova storia ha sullo sfondo un’altra Storia di Mantova che l’Istituto Carlo d’Arco aveva voluto mezzo secolo fa; una storia scandita da un paradigma tradizionale calato sul tempo di coloro che nei lunghi secoli che uniscono il Medio Evo al presente, avevano dominato i territori bagnati dal Mincio e dal Po: una storia di carattere politico-istituzionale che lasciava, come tutte le storie, larghi spazi vuoti. Quel che mancava, o era trattato solo marginalmente, erano i temi che legavano quegli uomini al loro ambiente ed ai loro simili, nonché le regole del giuoco che si erano dati, problemi che possono sintetizzarsi in cinque parole: territorio, città, economia, società, istituzioni.

Il mezzo secolo trascorso ed i fondamentali contributi offerti in questo periodo alla conoscenza della nostra storia avrebbero consentito, a mio avviso, una nuova sintesi facente perno appunto su territorio, città, economia, società, istituzioni. Per farla breve la definizione di queste categorie/problemi è stata applicata a tutti tre i tomi di cui è composta l’opera.

 

Questa è stata la logica che ha informato il progetto. Il primo volume tratta delle permanenze, di quanto di un passato remoto è giunto sino a noi. Una storia tanto lenta a colare da sembrare immota agli occhi delle singole generazioni:  sedimentazioni così lunghe e durature nel tempo di materiali, di monumenti, di valori testimoniati che si riflettono ancor oggi in una ‘architettura’ ambientale, materiale, paesaggistica, economica, che si accompagna ad ‘architetture’ sociali, culturali, mentali che si sono andate formando attraverso i secoli, e che il tempo non è stato in grado di logorare nelle loro linee di fondo. 

 

Architetture che, permanendo ben oltre i singoli e i gruppi sociali, rappresentano nel contempo sostegni ed ostacoli al divenire; vere e proprie «prigioni di lunga durata» per parafrasare ancora una volta il grande storico francese. Per non fare che un esempio, basterà ricordare che la particolare configurazione che è andato assumendo il paesaggio sia il frutto di scelte operate in un passato anche remoto: valga per tutti il caso dei laghi di Mantova che, nati quasi dieci secoli fa come ‘artifici’, sono ora centro di un ecosistema complesso, del parco naturale del Mincio. E lo stesso si può dire delle insulae  formate dai meandri del Po  per l’organizzazione del territorio,  dove scelte urbanistiche compiute alcuni secoli orsono condizionano e definiscono il presente  e gli esempi potrebbero continuare.

 

Le permanenze dunque, quanto del passato il lento fiume del tempo ha portato sino al presente, sono l’oggetto del primo volume; un primo volume che a dispetto del titolo si estende ben al di là dei secoli dominati dai Gonzaga. L’eredità gonzaghesca è l’eredità di un passato lontano; una storia tesa a privilegiare le continuità, i ‘caratteri originari’, il lungo periodo, sottolineando le opportunità e i vincoli che alla città, al territorio, alle strutture economiche, sociali sono derivate dalle opzioni esercitate nei secoli da istituzioni quali il Comune, la Signoria, degli Austrias. Una storia non prometeica dunque, una storia senza eroi, nella quale i Canossa, i Bonacolsi, i Gonzaga non sono più i soli protagonisti: essi calcano la scena, assieme a tutti i mantovani del passato, cristiani e israeliti, contadini e cittadini, nobili, mercanti, artigiani, donne e uomini del popolo.

 

Il secondo volume occupa invece il lasso di tempo grosso modo compreso tra i traumatici mutamenti indotti dalla rivoluzione francese e il “miracolo economico”, marcando il lungo e travagliato cammino che portò al Risorgimento, al costituirsi dello Stato nazionale, ai traumi della prima guerra mondiale, alla dittatura, al secondo conflitto mondiale e infine alle vicende che resero opulenta una Provincia che aveva conosciuto i problemi generati dalla povertà e dall’arretratezza  e le tensioni scaturite dai tentativi di affrancamento del proletariato rurale.

 

Il terzo volume è invece consacrato ad una storia che si va facendo e che  avrebbe l’ambizione di porsi come momento di riflessione sul nostro recente passato e sul nostro presente, nonché sulle opportunità, le opzioni e le sfide che processi quali l’ampliamento della Comunità Europea, l’ultima  globalizzazione e la ‘rivoluzione informatica’ pongono a noi e ai nostri figli.

 

A questo punto per esemplificare come la storia recente tratta questi temi ho presentato il caso di un processo per lesa maestà, celebratosi nel 1586, e intentato a due gentiluomini mantovani (un prete ed un laico) per mostrare come i tentativi di riforma messi in atto da quello che considero uno dei più grandi esponenti della famiglia Gonzaga siano stati accolti molto negativamente dalla corte ducale che temeva, e a ragione, che i processi messi in atto dal III duca mettessero in discussione privilegi e posizioni acquisite. Un insieme di eventi che, oltre a mettere in luce l’interesse e la novità del disegno messo in atto da Guglielmo Gonzaga, spiega probabilmente perché,  sino alla generazione passata, la memoria del duca si sia conservata in termini negativi nell’immaginario dei mantovani.