"Quella Mantova giovane negli anni ruggenti dal dopoguerra al '68"

Renzo Dall'Ara

 

RELAZIONE INTEGRALE A CURA DELLO STESSO AUTORE

 

 

 

Il giornalista Renzo Dall'Ara e il Presidente del RC Mantova (Dott. Angelo Casuccio)

 

 

Una certa storia di Mantova, vista da un ragazzo che nel 1945 aveva già vissuto le 110 incursioni aeree sulla città, le nottate  in rifugio antiaereo, il ginnasio “Virgilio” con le lezioni interrotte per continuarle in sotterraneo, le ristrettezze alimentari, le ansietà in famiglia per gli uomini sotto le armi e al fronte.

Se si guardava attorno, vedeva  le ferite profonde inferte  dai bombardamenti, che avevano dolorosamente cambiato il  panorama della città. Raso al suolo il borgo di Cittadella, cancellato lo spettacolare ponte coperto con 12 mulini, ciascuno dedicato ad un Apostolo dei Mulini e altrettante cascatelle d’acqua ad alimentarli. Sconvolto l’imponente molino Giannantony, non c’erano più il bagno pubblico del Sapèt, palestra per imparare a nuotare;  la Canottieri Mincio, la settecentesca chiesa dei Filippini, la rinascimentale Casa della Cervetta, addossata alla basilica albertiana di Sant’Andrea, capolavoro dell’architettura umanistica, miracolosamente salva. Ferite  gravemente altre chiese, la Ceramica, lo Zuccherificio, il ponte della Diga Chasseloup-Masetti, mentre quello di San Giorgio l’avevano fatto saltare i tedeschi, fragoroso messaggio di commiato nella notte del 23 aprile 1945.

Fuori  Wehrmacht e  SS, dentro gli alleati della 5a armata, un bel misto di soldati americani Usa, canadesi, inglesi, scozzesi, australiani, indiani, polacchi. Il ragazzo rischiava il soffocamento, avendo ritenuto una caramella la striscetta gommosa offerta da un militare americano. Scopriva così il chewing gum, troppo difficile da dire e diventato infatti ciuinga o cicca americana. Altrettanto deludente il primo incontro con la Coca cola: raspava in gola, meglio il Chinotto San Pellegrino.

Ma, subito dopo, il ragazzo mantovano a suo modo incominciava a buttarla in politica, prendendo i primi contatti con la democrazia, fino ad allora sconosciuta. Provava il  rammarico di non avere ancora i 21 anni per votare e  non si perdeva un comizio, cercando di capire. Non vi dico, intanto, l’ansietà delle donne di casa  chiamate  per la prima volta  alle urne. In particolare la nonna, tutta chiesa e casa ed già messa in allarme dal parroco. “Vôt cha vegna Lenin?” vuoi che venga Lenin, le insinuava il nonno. “Gesù, Giuseppe e Maria no”. “E ti alòra scancèlal”. Avveniva così che il partito comunista internazionalista, microformazione della sinistra estrema, riceva un imprevedibile voto clericale.

Intanto, dalla metà dagli Anni 50,  entravano nel pieno la ricostruzione della città e la politica urbanistica dei governi, per la quale Mantova si trovava progressivamente ad avere tutt’intorno nuove periferie, prima inesistenti: in Valletta Paiolo, Valletta Valsecchi, al Pompilio, a Colle Aperto.  Effetto dei Piani legati ai ministri  Fanfani/Ina-Casa, Tupini, Aldisio, Romita e  via andando, era tutto un cantiere.

Nasceva una Mantova nuova, con tanta gente che, finalmente, poteva avere una abitazione decente,  conquistava  il cesso in casa, il bagno, a seguire la televisione, la lavatrice, molto più tardi la lavastoviglie. Si procurava, a colpi di cambiali, i mezzi di trasporto individuale alternativi alla vecchia bicicletta: i motorini dal Mosquito al Cucciolo, gli scooter Vespa e Lambretta, poi le quattro ruote Fiat 500 e 600.

Uno dei piani urbanistici   più importanti, però, partiva con una demolizione e una scomparsa. Giù le antiche case e le botteghe da Belalànsa, più meno oggi via Alberto Mario e su un bel piastrone di cemento a coprire il tratto del Rio dal Sociale alla piazza delle Poste per farlo diventare una nuova strada di grande traffico, fiancheggiata dai palazzoni definiti “risanamento del centro” e dei quali eravamo tutti fierissimi: il progresso avanzava, insieme con le fabbriche  fuori di porta  San Giorgio a creare il proletariato industriale, con effetti dirompenti sui nullafacenti professionali, che vedevano l’alibi del lavoro non c’era annullato dalle richieste pubbliche di manodopera. Svuotati di giorno  caffè e osterie.

Il ragazzo, intanto, neanche aveva avuto il tempo di incorniciare il diploma di maturità classica strappato al Virgilio che si trovava, nel luglio 1949, a varcare il portone di via Fratelli Bandiera 32, palazzo Ipppoliti, ex-casa del fascio, da poco diventato sede della Gazzetta di Mantova per essere assunto, a sorpresa, come giornalista, anche se con un contratto da tipografo. Il direttore Giuseppe Amadei, in situazione redazionale di emergenza numerica, con aria apertamente scettica gli diceva : “Mah, mètat lì, vedrèma”., mettiti lì e vedremo. Il ragazzo obbediente, lì rimaneva per i successivi 12 anni, durante i quali doveva fare un po’ di tutto, passando per eventi ben più grandi di lui, come l’alluvione del novembre 1951, la morte di Tazio Nuvolari ed essere cronista dei funerali nel  ‘53, la tragedia  del 1957 che avrebbe segnato la fine della Mille Miglia, quella  vera.  Ma era testimone anche della travolgente cavalcata dell’ACM, il Mantova calcio, dalla Quarta Serie alla A. Poi andava a Palermo, soldato di leva e giornalista in divisa,  poi una  ventina d’anni a Milano, ma questa è altra storia.

La Gazzetta di quegli anni era un tutt’uno con i mantovani, al punto che qualsiasi cosa trovata per le strade veniva portata in redazione, non all’ufficio comunale. Esisteva un cestone pieno di occhiali, chiavi e quant’altro; in più qualche borsaiolo sensibile mollava sotto l’androne il portafoglio, senza soldi ma con documenti, poi restituiti dal giornale al derubato.

Non sono mancati, però,  casi estremi: più frequenti le rane-toro, portate dagli automobilisti di passaggio sulle strade delle risaie, per essere fotografati con le prede e diventare notizia . Eccezionale senz’altro la nottata durante la quale il giornalista Alberto Gazzoli si sentiva annunciare  dal fattorino: “Berto, vè fœra cha gh’è on leon”, vieni fuori che c’è un leone. La reazione era scontata, non mi far perdere tempo. Invece il leone  c’era proprio, un cucciolone, spuntava dal cofano dell’auto dei due che l’avevano trovato per strada. Provate a pensare che cosa si possa fare alle due di notte, in un giornale, con un leone, a parte fotografarlo, per la gioia dei protagonisti del safari.

Ebbene  il leone finiva, per così dire, agli arresti nella vicina caserma della Polizia, in via Solferino, dove chissà perché avevano una gabbia, prima occupata da alcune scimmiette, sfrattate e trasferite chissà dove. Non si  approfondiva come,  perché e da  dove fossero arrivate.

 Nel nuovo clima politico e sociale, la riconquistata libertà di stampa creava nel 1955 un clamoroso incidente di percorso, provocato dal Numero Unico, rivista che ad ogni domenica delle Palme, veniva pubblicata dall’Unione Goliardica Mantovana,  nata fin dal 1945 con acrostico UGM, subito tradotto dai malevoli in Urgono Giovani Migliori. La rivista sbeffeggiava autorità e chiunque altro a tiro, come avevano fatto  i  padri del GUF, Gruppo Universitario  Fascista.

Per farla breve, quella domenica una jeep del Quarto Contraerei si fermava davanti al teatro Sociale, ne scendeva un tenente che, identificati, schiaffeggiava due allibiti consiglieri dell’UGM. Figurarsi l’effetto, in piena ora dell’aperitivo, con il caffè del teatro affollatissimo.

Non era finita: due giorni dopo, convocazione  del direttore del numero unico più altri consiglieri ugiemmini davanti al comandante del Presidio Militare, un tenente colonnello dei bersaglieri. Mostrava la rivista, con un paragrafo segnato in blu, poche righe bastanti per  rilevarvi gli estremi del vilipendio  delle forze armate. Per i goliardi, tutti  in prossimità di leva, prospettiva preventivabile poteva essere  tribunale militare  e Peschiera del Garda, da intendere come carcere. A non dormire alla notte, dopo il responsabile Giorgio I, duca di Mantova, futuro viceprefetto e  il  solito ragazzo, come giornalista e redattore factotum, che non aveva controllato il passo incriminato. Oggettivamente  coinvolti, di riflesso, i due figli del colonnello comandante dei carabinieri e il figlio di un generale dell’esercito, ispiratori del corpus delicti satirico, che neanche faceva ridere.

Finalmente si riusciva a capire: il tenente si era sentito offeso dalle ironie, con la fidanzata, per fatto personale e sentimentale; le forze armate ce l’avevano per la sciagurata battuta in blu contro gli ufficiali.

Venivano giorni di tensione, con i soliti fomentatori di disordini, che consigliavano agli schiaffeggiati un corso accelerato alla sala di scherma, essendo prevedibile il cartello di sfida dal tenente. Continuo poi il rischio di scontri diretti tra i goliardi e gli ufficiali più giovani, che la domenica calavano a  Mantova, nella sala da ballo UGM, da Verona e dall’aeroporto di Villafranca, fastidiosi da sempre  perché,

 col fascino aggiunto della divisa, cercavano di pascolare in prati femminili fuori sede. Fermato appena in tempo uno studente d’Ingegneria, che progettava un gesto estremo contro la caserma, per il quale si era rivolto all’azienda di espurgo dei pozzi neri, prenotando una cisterna di materia prima.

Anima cortese mantovana, più buonsenso delle parti: con  azione diplomatica interveniva il  direttore della Gazzetta Giuseppe Amadei, non dimentico del suo  passato goliardico, bene accolto dal comandante interinale del Presidio, un tenente colonnello peraltro in  difficile situazione familiare  creata da  due figli ugiemmini. Finiva  così con lettera di  scuse pubbliche dell’UGM al tenente sulla Gazzetta e con  l’incontro pacificatore bilaterale tra goliardi e forze armate al Jolly hotel, ora Rechigi, ricambiato  al Circolo Ufficiali dall’Esercito, con pesante deficit della già preagonica cassa dell’UGM.

Tutti si era  imparata a scuola una data, 20 settembre 1870, a Roma, breccia di Porta Pia. Ma dove venire un altro 20 settembre, del 1958, che la goliardia tutta, ma anche tanta umanità maschile, avrebbe listato a nero, in segno di lutto: il parlamento aveva approvato la legge Merlin, chiudevano i  casini, cancellati  nella città indirizzi accoglienti e familiari come  Villa Azzurra, Villa Rosa e  l’Amelia in vicolo San Crispino.  La statua di Virgilio, in piazza Virgiliana, col braccio destro, aveva finito di indicare il casino di vicolo Poggio e vicolo Sant’Ambrogio tornava stradetta appartata, come lo era il casino detto “di sposà” degli sposati e implicitamente della Gazzetta, distante quattro passi.

Commosso  compianto sul Numero Unico UGM del 1959: “Tutto questo è finito/ più nulla rimane/ se non un ricordo sgradito/ la legge Merlin”. Spariva dai papiri universitari il comandamento latino: “Memento casinum domun tuam et puttanam sororem”; sarebbe a dire: ricordati che il casino è la tua casa e le puttane sorelle.  Il ragazzo le andava a salutare in vicolo Sant’Ambrogio trovandole in  lacrime,  disperate: “Adesso ci hanno buttate sulla strada…”.

Tra gli spettatori più culturalmente attenti alla modernità avanzante, come categoria sociale, si ritenevano i goliardi, accampati ai tavoli del caffè Sociale, in perpetuo contenzioso con i camerieri per reiterata scarsità di consumazioni. Quelli di Architettura e di Ingegneria avevano notato che ai progettisti dei nuovi palazzoni,  lungo il Rio coperto, era sfuggito un errore di quota, che  creava purtroppo un dislivello nei marciapiedi, ancor oggi avvertibile in piazza Cavallotti.

Fa il segno del tre di briscola convennero i goliardi  e  il loro costante  impegno civico li portava ad intervenire nel dibattito che si era scatenato fra i partiti intorno al nome da assegnare alla nuova strada sul Rio. Ne avevano parlato perfino i giornali di Milano. Così,  la mattina di  domenica 10 febbraio  1959, previo spettacolare  corteo per le vie del centro e all’ora dell’aperitivo, con personaggi in  costume tra il bravaccio manzoniano e la Belle Epoque, avuti in prestito dall’Accademia Teatrale  Campogalliani,  scoprivano in loco la targa Via Altebas, efficacemente rappresentativa della situazione.

Atmosfera festosa, turbata da un colpo di scena: l’irruzione delle camionette della  Polizia a disperdere il corteo, non autorizzato; secondo colpo di scena, era tutto un equivoco:  in Questura l’avevano creduto un fuori programma degli Schutzen, venuti come ogni anno dal Sud Tirolo, Alto Adige e Trentino a Porta Giulia per celebrare Andreas Hofer, eroe nazionale. Era  la stagione dell’irredentismo che, nelle valli tirolesi, faceva saltare i tralicci dell’elettricità.

Per  la targa ufficiale, compromesso all’italiana, con l’innocuo toponimo di corso della Libertà, buono per tutte le stagioni.

L’episodio, al di là del clamore locale, acquista un suo rilievo sociale per i protagonisti, ben presenti poi nelle professioni. Figurarsi i comunisti che, sull’Unità,  la buttavano subito seriamente in politica antigovernativa e repressiva.

La guerra aveva distrutto tutti i ponti, galleggianti o stabili e si era avviata presto la ricostruzione: a Mantova, dopo quello di San Giorgio,  quello della  Diga, poi gli altri lungo il Po e affluenti. I   goliardi si sentirono di dover intervenire  contro le lungaggini burocratiche che ritardavano l’apertura del  nuovo ponte stradale  di Borgoforte. Così, la domenica 10 novembre 1963 scendevano ancora una volta in campo.  Arrivati in corteo automobilistico, uno di loro, con fascia tricolore ma nel ruolo di ministro, previ saltelli di  collaudo statico del manufatto con il suo peso e sputi dall’alto per il calcolo del grave in caduta, tagliava il nastro tricolore, tra gli applausi della folla. Seguiva il discorso inaugurale da un balcone, replicato poi, ritornati in città,  al Sociale. Protagonisti oggi vispi ultrasessantenni, solidamente insediati nelle professioni o nel pensionamento.  

Il Sociale, da intendere come caffè, era il punto d’incontro della vita  cittadina, tra economia, politica e pettegolezzo. La vicinanza fisica al Sociale, come teatro, alimentava invece velleità sceniche ugiemmine, legittimate da illustri precedenti negli Anni 30, con i gufini poi  austeri professori universitari o primari chirurghi  nelle vesti di  Greta Garbo o del frivolo  gagà seduttore.

L’UGM produceva così “Su di giri” rivista rappresentata  il 20 e 21 dicembre 1965. L’inauguratore del ponte, poi storico dell’arte e finissimo intellettuale, si ergeva a mattatore della scena, in ruoli da massaggiatore di calcio a Francesco Gonzaga, mentre un futuro avvocato e  sindaco si presentava in cuffietta e scossalino da cameriera. Per non dire poi del broker assicurativo e del funzionario della sanità pubblica, improbabili gemelle Kessler.

Avvertivano però i primi segnali che la goliardia  autentica era omai avviata al tramonto, inarrestabile. Nelle università sarebbe entrato ben altro clima, dal 1968 in poi, tra okkupazioni e ben altro di peggio.

Così i goliardi decidevano di affidare alla storia il loro percorso ad un volume di ricerca storica e iconografica “Dal GUF al Sessantotto. Goliardi e goliardia a Mantova dagli Anni 30 agli Anni 70”, lasciandone la responsabilità a Renzo Dall’Ara e al GUM, nella vita Guido Mattioli, edito dalla Nunc et semper, stampato dalla Citem, pubblicizzato  dalle  locandine “In vendita nelle peggiori librerie” e presentato il 13 dicembre 1982 dentro un Bibiena stracolmo. Degno passo d’addio, presenti tre generazioni goliardiche, dagli anni 30 in poi.

Ma negli autori  ed editori si insinuava un dubbio: le biblioteche possono essere a rischio, di incendi, alluvioni e furti. Così il volume, rinchiuso in scatola di lamiera sigillata più alcune monete testimoni dell’epoca, con la complicità o tacito assenso del sindaco Gianni Usvardi e del presidente del condominio del teatro marchese Giovanni Riva Berni (figlio ugiemmino, poi avvocato) la mattina del 5 marzo 1983 veniva sotterrato sotto il portico del  Sociale. Piccioni permettendo,  è leggibile  ancora l’epigrafe lapidea: “Gli ex – goliardi qui posero dal Guf al Sessantotto,  memorie d’una stagione di amicizia. 5 marzo 1983”.

Aida, ultimo atto, la fatal tomba sovra me si chiuse canta Radames, ma gli ex- goliardi, irriducibili, sia pure senza altre inaugurazioni, continuano a incontrarsi periodicamente nell’ANAUGM,  Associazione Nazionale Amici dell’Unione Goliardica Mantovana. Nazionale è riduttivo. Il libro è presente nella National Library di Washington.

 

 

Renzo Dall’Ara, mantovano, ha fatto il giornalista a Mantova, Palermo, Milano, per le testate Gazzetta di Mantova (19 anni), Il Giornale del Soldato (18 mesi), Il Tempo, Marie Claire, Successo, Bellezza (3 anni), Il Giorno (16 anni).

Percorso concluso dove aveva incominciato, alla Gazzetta di Mantova, ma ha continuato a lavorare dopo, come free  lance, a Milano e in giro per l’Italia, collaborando con la CLP Relazioni Pubbliche incaricata della comunicazione e ufficio stampa di grandi mostre d’arte, quasi tutte quelle mantovane del Centro Te.

Sempre avendo a che fare con la carta stampata, ma in forma di libro, ha raccontato storie:

-  di aziende mantovane (Lubiam, Cartiera Mantovana Marenghi, Tea per acqua e gas, Citem/Gazzetta di Mantova, Banca Agricola Mantovana più Giuseppe Scalari a Milano);

- di personaggi: da Teofilo Folengo ad Amalia Moretti Foggia, da Learco Guerra agli scienziati Carlo Castagnoli e Vittorio Somenzi, al pittore Lanfranco, sconfinando anche nel mangiar mantovano e nello sport.

Nel 2006 ha ricevuto la Paul Harris Fellow