ROTARY: VALORI PER UN SECOLO

Sergio Vinciguerra

2030 PDG  

1. Bel titolo, ma che ci pone subito un interrogativo. Di quale secolo parliamo? di quello appena trascorso? di quello in cui siamo appena entrati? di entrambi?

Ci aiuta a rispondere a queste domande l’analisi di ciò che il R.I. è stato finora. Essa ci darà gli elementi per intravederne il futuro.

Una fonte preziosa per questa ricostruzione è offerta dalla lettura ragionata e sistematica di quanto ci ha lasciato scritto Paul Harris nella sua autobiografia.

 

2. Sulle origini del R.I. egli ci ha detto che «non sarebbe potuto essere un periodo migliore dell’inizio del ventesimo secolo per la genesi di un movimento come il Rotary, né una città più adatta della rude, aggressiva, paradossale Chicago per crescere e svilupparsi. I mali che affliggevano Chicago in quei giorni erano comuni anche ad altre città del paese. In generale gli affari non andavano molto bene. Non si seguivano alti principi etici nei confronti dei consumatori, dei dipendenti o dei concorrenti. Lo spirito comunitario aveva raggiunto i minimi livelli quasi ovunque. Era tempo per un cambiamento, in meglio. Doveva assolutamente arrivare» .

«Fra il 1900 e il 1917 gli Stati Uniti furono attraversati da una vigorosa ondata di riforme che ne cambiò il volto, tanto che tale periodo viene ricordato dagli storici come “l’era progressista”. Il raggio d’azione di tali riforme coinvolse un numero svariato di questioni: dalla regolamentazione dell’economia da parte del governo, alla diminuzione della corruzione politica, alla riduzione dei dazi doganali; … alla concessione del voto alle donne; dalla riforma delle amministrazioni municipali al tentativo di migliorare le condizioni del lavoro e di regolamentare quello minorile; dagli interventi relativi a problemi come quello degli alloggi o della salute pubblica, a quelli contro il crimine, la povertà, ecc. Questo movimento culturale e politico non era tuttavia di carattere “radicale” nasceva – così come per certi versi l’idea rotariana – dall’esigenza, fortemente sentita dagli americani a dispetto dei continui progressi compiuti in campo tecnologico, di porre un freno a certi eccessi della società industriale, come si erano manifestati nel secolo precedente».

Il tema ritorna spesso nel pensiero di P. Harris.

Scrive uno storico americano che i «progressisti» (così venivano chiamati i sostenitori di quella politica) erano «essenzialmente ottimisti e razionalisti … anche se non credevano che il progresso fosse automatico e inevitabile, avevano fiducia nel fatto che la società fosse infinitamente malleabile e credevano che il governo dovesse operare per promuovere il bene pubblico. Le teorie “progressiste” di cui i rotariani erano così fortemente permeati erano il frutto oltre che della corrente filosofica del pragmatismo, anche della tradizione religiosa protestante. È stato osservato, infatti, che i seguaci di tali dottrine “ … Possedevano un fervore etico che ricordava il protestantesimo evangelico e che in effetti traeva in gran parte origine da esso”, fattore che, avrà un peso determinante nella formazione dell’ideologia rotariana».

Una ricerca condotta all’inizio degli anni Trenta del Novecento ha evidenziato che oltre il 72% dei rotariani delle origini «erano progressisti di fede repubblicana. Da questo e da altri spunti provenienti da tale indagine incomincia a delinearsi l’immagine del “rotariano tipo” di Chicago – imprenditore o libero professionista, perlopiù repubblicano e di fede protestante; tendenzialmente razionale, pragmatico, “progressista”».

 

3. Questa pragmaticità è documentata esemplarmente dalla prima iniziativa di servizio del Rotary. Ecco come la racconta Paul Harris.

«Ancora prima che sorgesse il secondo club, essendomi reso conto dell’importanza del servizio alla comunità, persuasi il Rotary Club di Chicago a promuovere l’iniziativa di installare delle toilette pubbliche a Chicago, invitando l’amministrazione cittadina e le organizzazioni civiche a partecipare in tal senso insieme al nostro club. Forse come prima attività avremmo potuto scegliere un obiettivo più attraente, ma sarebbe stato difficile trovarne uno che avesse sollevato più agitazione. Contro di noi si alzarono subito due formidabili forze: l’Associazione dei produttori di birra di Chicago che sosteneva che in ognuno dei seimila saloon di Chicago vi era una toilette pubblica per gli uomini, e l’Associazione dei negozianti di State Street la quale affermò che presso i loro negozi erano disponibili toilette per donne. I promotori dell’iniziativa tuttavia affermarono che non era giusto che gli uomini dovessero bersi un bicchiere di birra e le donne dovessero acquistare comunque qualcosa per poter usufruire della toilette. Fu così che l’iniziativa ebbe successo e vennero istituite le toilette pubbliche».

 

4. Sin dall’inizio il Rotary si pone come interlocutore delle istituzioni. Infatti, l’iniziativa viene proposta all’amministrazione civica e difesa dialogando con quelle che oggi chiameremo le parti sociali.

         Questo ruolo di interlocutore delle istituzioni sarà assunto altre volte dal R.I. nel corso della propria storia.

         Scrive Paul Harris: «Sotto la guida del rotariano Edgar Allen di Elyria, Ohio, in circa venti Stati americani furono istituite delle società per i bambini handicappati e grazie alla promozione rotariana il Congresso ha approvato nuove leggi sull’assistenza, la cura e l’istruzione dei bambini colpiti da handicap».

         Polio Plus non avrebbe potuto nemmeno decollare senza il consenso e la collaborazione degli Stati interessati.

         Un altro importante nucleo di rapporti istituzionali del R.I. è quello tenuto con l’Organizzazione delle Nazioni Unite, ma di esso dirò parlando della vocazione internazionale del Rotary.

         Attraverso i gemellaggi ed i Comitati interpaese il Rotary ha certamente contribuito a ricucire le profonde ferite inferte dai due conflitti mondiali e dall’acceso nazionalismo che aveva avvelenato i rapporti fra i popoli negli anni che li precedettero, ma si è trattato di una circolazione di idee che ha lambito, se lo ha fatto, le soglie istituzionali senza salirle. Diversamente da quanto avvenuto per la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’ONU, la costituzione europea nascerà senza apporti del Rotary.

 

5. Sin dalle origini il Rotary si pone dunque al servizio dell’interesse generale: di ciò v’è traccia letterale nell’art. 4 dello Statuto dove si dice che lo scopo del Rotary è diffondere l’ideale del servire inteso come motore di ogni attività e di rendere i soci più atti a servire l’interesse generale.

         Ma che significa servire, servizio?

         «La labilità di contorni che ha sempre circondato questo concetto comincia dalla difficoltà di definire l’etimologia stessa della radice di tale parola: come è già stato osservato infatti, il verbo servire mentre da alcuni viene fatto derivare dal verbo sero (legare), erede a sua volta del greco seirà (corda, fune) – volendo così indicare concetti quali il vincolo, il giogo, la schiavitù – da altri è invece ricondotto al verbo servare, il cui primo significato è proteggere, custodire. In queste due letture quindi “si profila una dicotomia profonda, spesso conflittuale e ambivalente, che è intrinseca al termine servizio”, facilmente riconoscibile, ad esempio, negli aggettivi servile e servizievole, assai simili dal punto di vista fonetico ma distanti da quello semantico».

         Il servire rotariano ha certamente il significato di protezione e custodia e rappresenta l’evoluzione in senso spirituale della spinta affaristica allora dominante. Ricordavo in apertura quanto scritto da Paul Harris: cioè, che nel primo Novecento americano «non si seguivano alti principi etici nei confronti dei consumatori, dei dipendenti o dei concorrenti».

         Forse gli U.S.A. di quegli anni turbinosi, che Max Weber aveva visitato nel 1904, contribuirono a rafforzarlo nelle tesi svolte nella sua opera più conosciuta: cioè quelle relative al nesso esistente fra un fenomeno culturale e religioso come la Riforma – e lo sviluppo successivo impressovi da Calvino – e un fenomeno economico come il capitalismo moderno. È noto che Weber sottolineava come «l’ascesi laica protestante … operò con grande violenza contro il godimento spregiudicato della proprietà e restrinse il consumo, in specie il consumo di lusso. D’altra parte, essa liberò, nei suoi effetti psicologici, l’acquisto di beni dagli ostacoli dell’etica tradizionalistica, in quanto non solo lo legalizzò, ma addirittura … lo riguardò come voluto da Dio. La lotta contro i piaceri della carne e l’attaccamento dei beni esteriori non era … una lotta contro il guadagno razionale, ma sibbene contro l’impiego irrazionale della proprietà … delle forme ostensibili del lusso … in luogo dell’impiego voluto da Dio, razionale e utilitario, per i fini della vita del singolo e della collettività. Non si voleva imporre al possidente la macerazione, ma l’uso della sua ricchezza per cose necessarie e di pratica utilità».

         Di questa dimensione del profitto v’è traccia nel primo motto rotariano sul servizio, che lo coniuga appunto con il profitto (massimo è il profitto di chi rende il miglior servizio).

Scrive al riguardo Paul Harris: «Arthur Frederic Sheldon di Chicago contribuì a rendere a noi più chiare le responsabilità del servire nell’ambito della nostra professione e dobbiamo ringraziarlo per il motto: “He profits most who serves best”, ad indicare, anche se può sembrare strano, che chi si adopera al meglio al servizio degli altri, può trarne il massimo beneficio per se stesso. I rotariani di Minneapolis hanno invece diffuso l’altro motto che ancor più chiaramente pone il servizio al di sopra di se stessi: “Service Above Self”».

Secondo Paul Harris, «da questi incontri di uomini uniti nel comune ideale del servire può solo venire del bene. Il Rotary è una forza di integrazione di un mondo dove prevalgono anche troppo le forze di disintegrazione. Il Rotary è il microcosmo di un mondo in pace, un modello che le nazioni dovrebbero seguire». E il Rotary divenne il modello per la costituzione di molti club che proprio per tale ragione vennero definiti «service club»: dall’Exchange (1912) al Kiwanis (1915), al Lyons (1917), allo Zonta, all’Inner Wheel (1923), per citarne alcuni.

 

6. All’etica negli affari si riconnette la rappresentanza categoriale dei soci e la loro appartenenza ad una élite.

         Spiega Paul Harris: «Il fatto che i soci rappresentino le varie professioni, dà al movimento l’opportunità di proiettare i propri ideali etici ben oltre i limiti dei propri soci, raggiungendo le schiere di tutti coloro che sono impegnati nei vari mestieri, professioni o occupazioni al servizio della nostra società. Ogni rotariano rappresenta un anello di congiunzione fra l’idealismo del Rotary e il suo mestiere o la sua professione. Nei confronti degli altri appartenenti alla sua categoria egli ha la responsabilità di assicurare la loro cooperazione per lo sviluppo dei più alti standard professionali. Centinaia di associazioni di categorie commerciali e industriali sono state fondate da rotariani per poter meglio assolvere le proprie responsabilità».

         Ecco la ragion d’essere della distribuzione dei soci secondo categorie professionali.

         Ma quale il livello qualitativo dei soci?

         L’art. 5 dello Statuto non pare esigere livelli di eccellenza, perché richiede nei soci «ottima reputazione professionale», cioè ottima reputazione nel lavoro che fanno.

         E Paul Harris si spinge ancora oltre, scrivendo «Molti dei primi rotariani erano cresciuti in aziende agricole e la maggior parte di loro erano ragazzi di campagna o provenienti da piccole città trasferitisi nella grande metropoli. Non erano ancora uomini arrivati, ma stavano lavorando sodo e la maggior parte di loro aveva realizzato sufficienti progressi da giustificare la previsione di successi futuri. Alcuni avevano ricevuto i benefici di un’istruzione universitaria, la maggior parte ne era priva.

«Si aiutavano a vicenda in tutti i modi suggeriti dal cuore e dallo spirito di amicizia …

«Con l’aumentare del numero dei soci del club di Chicago, ci trovammo ad avere uno spaccato, per quanto possibile, della nostra città, dove ogni socio rappresentava una professione o un’attività diversa dalle altre ed ognuno vedeva come un privilegio l’essere stato scelto quale rappresentante del suo mestiere e doveva assumersi la responsabilità di un tale incarico.

«Lo scopo del Rotary non è quello di rappresentare la società dal punto di vista sociale, religioso o razziale. Il Rotary riunisce uomini d’affari e professionisti di diverso stato sociale, di diversa religione e nazionalità, affinché possano meglio comprendersi a vicenda ed essere quindi più solidali, cordiali e al servizio gli uni degli altri».

         Se, dunque, il Rotary doveva essere vivaio di leadership, ciò doveva avvenire con una umanità capace di diventarlo e non che lo era già.

         Quindi, se la rappresentanza categoriale e il meccanismo di cooptazione che ne regolava (e ne regola) l’accesso facevano pensare ad un’associazione chiusa, in realtà lo spirito che ne animava la struttura complessiva la connotava come un’associazione aperta.

         Ha scritto in proposito Paul Harris che «al di sotto delle opere buone del Rotary c’è un potere invisibile: il potere della buona volontà ed è proprio in virtù di questa buona volontà che il Rotary esiste. L’amicizia è una forza evangelizzante».

         Riguardo all’elitarietà le cose in Italia andarono diversamente che in America e ciò non dipese da una scelta italiana, bensì americana.

«Non mancò, nei primi mesi di impostazione del lavoro organizzativo, qualche contrasto tra i promotori. Fondamentale, per i riflessi sulla vita del Rotary in Italia nei decenni successivi, fu quello relativo alla selezione dei candidati ed al grado sociale che ad essi si doveva richiedere per ammetterli nella nuova Associazione. Culleton, buon conoscitore del Rotary negli Stati Uniti, “aveva in animo di fare un Rotary … simile a quello americano, e cioè ultra democratico”. Henderson era di contrario avviso. Pensava che “tirando dentro tutti e creando in pochissimo tempo molti Clubs”, l’Associazione non avrebbe potuto assicurarsi quel prestigio che era necessario in un paese come l’Italia “per poter svolgere una efficace opera”. Henderson insistette e finì con il fare affermare l’idea – sono sue parole – “che si dovesse creare non un Rotary democratico, ma un Rotary aristocratico nel senso della competenza, della educazione, della influenza degli individui”. Henderson aggiungeva un altro argomento, che è stato poi ripetuto per decenni nei Clubs, a sostegno della limitazione delle categorie: “In America e in Inghilterra l’educazione degli artigiani è molto più finita di quella dei nostri. In America un barbiere va a scuola sino a 16 anni ed ha anche la possibilità di frequentare l’università. In Italia “siamo molto ben lontani da questa preparazione scolastica” …

         «A dieci anni di distanza dalla costituzione del Rotary ambrosiano affermò … che i risultati avevano dimostrato la giustezza della “decisione presa” ed elogiò i Presidenti che erano stati a capo dei Clubs dopo di lui per aver aderito “così scrupolosamente alla nostra politica iniziale di qualità e non di quantità”».

         Così Henderson nel 1933.

         Ma questa contrapposizione fra qualità e quantità era destinata a durare in Italia fino ai giorni nostri, distogliendo l’attenzione dall’analisi e dall’approfondimento dell’indicazione statutaria che consente il superamento della contrapposizione, cioè «l’ottima reputazione professionale».

 

7. Se l’origine e l’evoluzione del Rotary nei suoi primi anni è intimamente legata alla storia degli U.S.A., è altrettanto vero che con il trascorrere degli anni i valori affermati alle origini si spogliano dei connotati geopolitici di partenza per tendere all’universalità.

         Ciò è evidente anche nel caso dell’internazionalità del Rotary. Questa vocazione rotariana si afferma sin dalle origini, che coincidono con la svolta nella politica estera degli USA segnata dall’abbandono della dottrina del Presidente Monroe sintetizzata nella formula «l’America agli americani» e che era servita per giustificare l’estromissione degli europei dall’America del Nord.

         Iniziata con l’acquisto della Louisiana da Napoleone (1806), proseguita con l’acquisto dell’Alaska dalla Russia e conclusa con la cacciata degli spagnoli da Cuba, consolidata dall’accentuarsi dell’autonomia canadese dall’Inghilterra, sventata l’ingerenza francese nel Messico con la fucilazione di Massimiliano d’Austria, la nuova politica estera americana si volgeva al mondo. Nel 1917 gli USA sarebbero entrati come potenza belligerante nel primo conflitto mondiale e avrebbero, due anni dopo, dettato agli sconfitti le condizioni della pace.

         A partire dalla convention di Duluth del 1912 i dirigenti rotariani si impegnarono in modo costante affinché fra gli affiliati si creasse una maggiore consapevolezza del ruolo che l’associazione avrebbe potuto giocare a livello economico, culturale, ed anche politico, mondiale e venne costituita l’Associazione internazionale dei R.C.

         In seguito, alla convention di Los Angeles (1922) il nome verrà abbreviato in Rotary International  (R.I.) che rimane tuttora e persino i rotariani inglesi, i quali nel 1913 avevano organizzato una National Association of British Clubs, avrebbero in seguito deciso di costituire il RIBI (Rotary International of British Islands).

         In Italia fu la dichiarata internazionalità del Rotary ad attirare su di esso l’ostilità del regime fascista, in cui la componente nazionalista era molto forte.

         Si legge in un rapporto riservato della Polizia a Mussolini del 1928 che «pur non costituendo il Rotary un pericolo per la sicurezza o l’integrità dello Stato o il mantenimento dell’ordine pubblico, conviene sempre considerare l’opportunità o meno di mantenere in vita un organismo a base internazionale, che riunisce in uno stesso ente individui di diversi Stati e di diversa fede, dando vita ad una volontà e a dei doveri che, per la loro stessa origine, possono eventualmente collidere con le volontà dello Stato fascista e coi doveri dei suoi cittadini».

         Quel che seguì fu una pressione continua esercitata dalle Autorità fino all’autoscioglimento del 1938.

         Alla metà degli anni Quaranta, quando Paul Harris scrive la sua autobiografia, l’internazionalità è presentata come un valore universale, lontano ormai da ogni collegamento con la politica americana. Egli ci spiega:

«Nei suoi sforzi di promuovere la comprensione fra le nazioni, il Rotary utilizza le stesse misure che si dimostrarono efficaci nei suoi primi anni di vita: amicizia e interesse reciproco. Attraverso le relazioni commerciali e sociali, le nazioni imparano a conoscersi. Abitudini ed usanze strane, che in un primo tempo possono quasi sembrare irritanti, diventano infine interessanti e spesso vengono addirittura copiate e contribuiscono ad arricchire la nostra vita».

         «Il programma del Rotary di promozione di una migliore comprensione fra i diversi gruppi razziali e fra i devoti di diverse religioni, ebbe inizio in forma semplice, ma sotto i migliori auspici, già nel 1905 e si può affermare che ha avuto maggior successo dei negoziati dei diplomatici. Il Rotary ha sempre cercato di focalizzare i propri pensieri su questioni riguardo alle quali i soci fossero tutti d’accordo, piuttosto che su quelle che potevano suscitare disaccordo. Il Rotary è riuscito a dimostrare che l’amicizia può facilmente aggirare i confini nazionali e religiosi».

         «Le grandi potenze della terra sono ora seriamente interessate a promuovere la comprensione internazionale e la buona volontà fra i popoli. Questa è l’essenza del Rotary. Che il Signore voglia far sì che le grandi potenze siano tolleranti le une verso le altre e ricordino che abbiamo vissuto fino ad oggi in un mondo di predatori. Uscendo dall’era della giungla, non possiamo, in tutta coscienza, puntare il dito del disprezzo l’uno contro l’altro».

         «I popoli richiedono a gran voce che si trovino strade diverse per l’appianamento delle nostre controversie. Io credo che alla fine riusciremo a giungere a tutto questo, non attraverso ambizioni ipocritiche e non dando sfogo alle nostre emozioni, ma tramite il ragionamento pacato in ogni relazione fra gli uomini e tramite un sincero desiderio di agire nel miglior interesse di tutti».

         «Cosa possono riuscire a fare le forze spirituali? Forse possono trovare il modo per evitare la guerra. Quale invenzione potrebbe avere più valore di una pace duratura?».

         «Lo spirito di tolleranza che ha consentito al Rotary di formare una associazione internazionale di uomini d’affari e professionisti renderà possibile ogni cosa».

         L’occasione per portare il contributo dello spirito e dell’esperienza rotariani alle «grandi potenze della terra» fu offerta dalla Conferenza delle Nazioni Unite sull’Organizzazione Internazionale (S. Francisco, maggio 1945), a cui parteciparono delegati del R.I. Lasciamo ancora parlare Paul Harris:

         «Gli atti dimostrano il loro notevole contributo alla formazione del pensiero dei delegati ufficiali incaricati di elaborare la Carta delle Nazioni Unite. Edward R. Stettinius Jr., allora Segretario di Stato degli Stati Uniti, scrisse:

         “L’invito rivolto al Rotary International di partecipare come consulente alla Conferenza delle Nazioni Unite non è stato semplicemente un atto di cortesia e di rispetto verso una grande organizzazione, ma piuttosto il semplice riconoscimento del ruolo attivo che tutti i soci del Rotary hanno svolto e continueranno a svolgere nello sviluppo della comprensione internazionale fra le nazioni. C’era assolutamente bisogno della presenza dei rappresentanti del Rotary a San Francisco e, come voi tutti sapete, il loro contributo è stato sostanziale per la redazione della Carta delle Nazioni Unite ed in modo particolare per l’elaborazione delle disposizioni relative al Consiglio Economico e Sociale”».

         Nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 almeno due proposizioni denotano l’influenza rotariana.

         L’art. 1, nella parte in cui – dopo avere sancito il principio di eguaglianza fra gli uomini con una formula assai vicina alla dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) ed avere affermato che «essi sono dotati di ragione e coscienza» – prosegue dichiarando che «devono agire fra loro in spirito di fratellanza». Il secondo comma dell’art. 26, in cui è detto che «l’educazione promuoverà la comprensione, la tolleranza e l’amicizia fra tutte le nazioni, i gruppi razziali o religiosi e dovrà sostenere le attività delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace».

 

8. Pragmaticità, colloquio con le istituzioni, servizio nell’interesse generale, rappresentanza categoriale dei soci e loro appartenenza ad un’élite, internazionalità sono i valori di cui il Rotary si fece portatore nel secolo scorso.

Ma sono valori che conservano integra la loro attualità anche in questo secolo appena cominciato.

Possiamo allora fiduciosamente concludere che non solo di valori per un secolo si tratta, ma di valori per due secoli.