ENZO DARA  sulla "professionalità"

febbraio  2006

 

La parola  "professionalità"  nel  campo  dell'Arte   e  dell’  Opera  Lirica in particolare,   la ritengo  molto vaga;   a meno   che,   mortificando l'Artista,   la  si  voglia legare  alla "puntualità",   al  "rigore",   e   così via. Questa "professionalità"  mi  sa troppo  di Azienda,   di Ufficio  Commerciale,  di Agriturismo.  L'Artista,   per fortuna,   non deve  timbrare un cartellino,   anche  se  alcuni Direttori Artistici  lo  desidererebbero. In molti  teatri  tedeschi   e  dell' ex Est  lo  si  fa già,   con  i   cosiddetti "cantanti   fissi,   pagati   a mensile   e   sbattuti  qua e  là a cantare  Rossigni e Wagner, Puccini e Schönberg, fino a Mozart passando magari per Mascagni, con risultati mortificanti: voci precocemente devastate, rappresentazioni dimesse.

Tornando alla cosiddetta "professionalità” sopracitata, potrei citare alcuni esempi non tanto edificanti: il tenore Giuseppe Di Stefano, il direttore d'orchestra Chelibidache, i pianisti Benedetti-Michelangeli e Rubinstein, i quali sono sempre stati delle vere frane davanti a queste "doti": sempre in ritardo, pasticcioni, scontrosi; eppure sono stati dei grandi e sono passati alla storia. Non parliamo poi di Giorgio Strehler: il suo comportamento cosiddetto "professionale" era sempre in balia di come gli giravano i cabisisi, per dirla alla Camilleri. Insomma, anche l'Artista più grande può essere in preda al disordine. E allora, non è professionale?

Legherei invece la professionalità dell'Artista all' UMILTA ', che non vuoi dire affatto "non darsi delle arie" (Mario Del Monaco se ne dava ma era ugualmente uno dei più grandi tenori del secolo). UMILTÀ dell'Artista vuol dire avere la consapevolezza dei "propri limiti"; dote questa che non gli fa sbagliare la scelta del repertorio, lo induce a non strafare, a non mettere in crisi il collega che gli è vicino durante lo spettacolo, uscendo dai binari di una interpretazione convenuta. Se ciò non accadesse si sarebbe di fronte, come ebbe a dire il grande Eduardo, alla "disonestà dell'artista". L'UMILTÀ vera deve sempre accompagnare l'Artista, sia cantante o direttore d'orchestra, regista o scenografo, ballerino o complesso orchestrale. L'UMILTÀ di conoscere i propri limiti deve sempre essere presente, altrimenti si mette in crisi uno spettacolo, si scontenta il pubblico, ma soprattutto si deve essere umili per non ingannare noi stessi. L'Umiltà anche nel ritirarsi al momento giusto, nell'accettare i con­fronti, anche quelli più difficili: il confronto fa sempre migliorare l'Artista.

Lo spettacolo lirico, nella sua realizzazione, è molto complicato, in quanto è il lavoro creativo di molte componenti: canto, regia, direzione d'orchestra, scenografia, costumi, luci, e così via; ognuno impegnato in tanti frammenti di un mosaico che, piano piano, si deve comporre in un'unica realtà. La vera "professionalità" sta in tutti questi Artisti che, consapevoli del proprio valore, ma anche dei propri limiti, fanno sì che questi pezzi separati si uniscano in un unico oggetto: lo spettacolo, la rappresentazione. Non sempre la realizzazione potrà essere impeccabile (nel teatro c'è sempre un fantasma che vaga tra le tavole del palcoscenico: l'imponderabilità), ma avere la coscienza a posto, cioè aver fatto tesoro del proprio valore e, lo ripeto fino alla nausea, della propria umiltà, è vitale. E poi dovete sapere che uno spettacolo non è mai finito: si arriva alla vigilia della prima che ancora si vorrebbe cambiare, rifinire, aggiungere, togliere, ripensare a qualcosa. Questo l’ ho capito di più da quando mi sono cimentato con la regia. Certo che la "professionalità", nel senso di umiltà, va unita al talento e al carisma, doti queste che nessun Conservatorio o Maestro di canto e di recitazione può insegnare. Purtroppo molti Artisti che hanno talento non sempre hanno anche il dono dell'umiltà, della "professionalità", come l'intendo io; allora capita che un cantante sbagli ruolo, che un direttore d'orchestra si monti la testa, che un 'orchestra voglia strafare imbarcandosi in un repertorio a lei non congeniale. Il talento senza umiltà è sprecato. L'umiltà porta l'Artista, il vero Artista, innanzi a grandi dubbi. Perdonatemi se vado molto in alto: siete sicuri che quando Leonardo terminò di dipingere la sua Gioconda fosse contento del risultato?, che Beethoven quando finì di comporre la sua Nona Sinfonia ne fosse soddisfatto?, che Rossini quando gettò sul rigo l'ultima nota del  suo  Barbiere  di  Siviglia  possa aver esclamato:   "Sono  grande",   correndo  a sbafarsi una torta Millefoglie? A  parte   gli  scherzi,   pensate   che Giuseppe  Verdi,   dopo  molti  anni,   rifece   quasi  di sana  pianta il  suo  Simon Boccanegra non essendo   soddisfatto  della prima  stesura. Grande  esempio  di umiltà.

Da tenere   presente  che  un conto  è   il  creatore  di un'opera   ,   di una sinfonia,   un altro  è   l'esecutore.  La Pittura,   la Scultura,   creata dai Grandi Maestri,   rimane   lì  immobile,   interpretata in vari modi,  ma  sempre  lì  ferma per essere   ammirata.   L'opera lirica no: ogni  sera  subisce un  porgere   diverso,   in virtù,   appunto,   dell'esecuzione .

Ecco,   l'ho   fatta un  po' lunga  per avvalorare   la  mia tesi   che  la  parola "professionalità",   intesa come  d'uso,  ha  poca attinenza con l'Arte   e   tantomeno   con  l'Artista.   Basti  pensare   che   il  critico, quando   recensisce  uno   spettacolo,   per dire   che   la  recita  e   andata "così  così",   scrive:   "...   tutto  professionale."

 

Enzo Dara